Incontro “Dicə” per una comunicazione meno discriminatoria

A cura di Celeste Novaro

Il 28 febbraio abbiamo organizzato un incontro di discussione a proposito della questione di genere nella comunicazione: attraverso la presentazione di una serie di articoli di giornale, abbiamo provato a riconoscere la discriminazione di genere nel linguaggio.

Siamo partite e partiti dal pensiero di Murgia, che scrive: «Se si è donna, in Italia si muore anche di linguaggio. È una morte civile, ma non per questo fa meno male. È con le parole che ci fanno sparire dai luoghi pubblici, dalle professioni, dai dibattiti e dalle notizie, ma di parole ingiuste si muore anche nella vita quotidiana, dove il pregiudizio che passa per il linguaggio uccide la nostra possibilità di essere pienamente noi stesse. Per ogni dislivello di diritti che le donne subiscono a causa del maschilismo esiste un impianto verbale che lo sostiene e lo giustifica». Abbiamo provato a verificare se e come ciò accade.

Un altro punto di partenza è stato il Rendiconto di Genere INPS 2024, che ci ha fornito dei dati utili: nonostante la percentuale di donne laureate e diplomate sia maggiore rispetto a quella degli uomini laureati e diplomati, nel 2023 il 52,5% delle donne occupate rispetto al 70,4% degli uomini. Inoltre, abbiamo rilevato la presenza di un forte gap retributivo e di un eclatante sbilanciamento di genere per le figure di dirigenti. Da questi dati, è emerso che sono in atto, a livello sociale, dei fenomeni discriminatori: abbiamo voluto capire come questi passino nel linguaggio, in particolare in quello giornalistico.

Il primo documento analizzato è stato un video in cui Cecilia Sala – giornalista italiana iscritta all’Ordine dei giornalisti del Lazio dal 2019, arrestata mentre si trovava a Teheran con regolare visto giornalistico per lavorare ad alcune puntate del podcast Stories – veniva definita più volte «ragazza», senza mai far riferimento al suo ruolo professionale e senza chiamarla con il suo cognome. Abbiamo notato che questo atteggiamento risulta paternalistico, e svaluta il lavoro che la giornalista stava svolgendo. Ci siamo chiesti se potesse accadere lo stesso anche nel caso in cui si parlasse di un giornalista uomo e abbiamo provato ad immaginare scenari diversi, dando vita a discussioni e riflessioni arricchenti.

Sempre nello stesso video, si menzionava l’ambasciatrice italiana a Teheran, declinando il suo ruolo al maschile e quindi utilizzando il termine «ambasciatore», nonostante la parola «ambasciatrice» al femminile esista nella lingua italiana. Abbiamo provato a riflettere sulle ragioni e sulle conseguenze di questo modo di fare, anche in questo caso sviluppando dei pensieri molto interessanti, alimentati dal fatto che avevamo già avuto modo di discutere della declinazione dei ruoli pubblici al femminile in precedenti incontri.

In seguito, abbiamo letto alcuni articoli per comprendere le differenze tra i termini e le espressioni che vengono adottate nel linguaggio giornalistico quando si parla di atleti uomini e quando si parla invece di atlete donne. Sono sorti vari interrogativi e diverse riflessioni a proposito di questi atteggiamenti. Abbiamo notato che c’è una forte attenzione alla vita privata delle atlete donne: si sottolinea il loro aspetto fisico, le loro caratteristiche estetiche, la loro storia familiare, che cosa fanno o sono dietro ai loro successi. È emersa l’impressione che i loro successi pubblici delle donne non ci bastino per parlare di loro sui giornali, ma che si voglia qualcosa di più.

A proposito di ciò, abbiamo preso in considerazione diversi articoli che si focalizzano sulla maternità di donne famose per altri motivi, come l’atleta olimpica Mara Navarria, delle ricercatrici, l’astronauta Samantha Cristoforetti. Ne sono nate interessanti discussioni, soprattutto provando a fare dei confronti con la situazione a proposito dell’ambito maschile e della paternità, alla quale non viene data la stessa attenzione. Alcuni articoli ci sono sembrati addirittura assurdi o morbosi per l’attenzione ai dettagli della vita privata delle donne ed al loro ruolo di madri; altri paradossali, come uno che utilizzava il termine «mammo» per parlare di un papà e che ci ha fatto nuovamente riflettere sulla declinazione al maschile o al femminile di alcuni ruoli.

La discussione è stata estremamente stimolante, tanto che ci ha fatto pensare di tenere in futuro un incontro specifico sulle ultime tematiche trattate, ovvero quelle della maternità e della paternità. Nel frattempo, a maggio terremo un incontro simile a questo, con una discussione aperta sulla discriminazione di genere nel linguaggio, concentrandoci sulla questione della violenza di genere e su alcune buone pratiche per evitare di far passare espressioni o messaggi discriminatori nella comunicazione.