I quesiti del referendum 2025: pro e contro

Tra pochi giorni, siamo chiamate e chiamati ad esprimerci su 5 quesiti referendari. Li abbiamo studiati approfonditamente: nello spirito di una comunicazione efficace e consapevole, ve ne proponiamo una breve spiegazione ed alcuni argomenti pro e contro che abbiamo ipotizzato.

1° quesito:

Il reintegro al momento è obbligatorio nei casi di discriminazione (es. licenziamenti per gravidanza o orientamento politico) e di motivazioni disciplinari nelle quali il fatto non sussiste.

Se passa il sì, il reintegro sarà possibile a discrezione del giudice anche quando l’azienda licenzia per motivi economici o organizzativi insussistenti (es. dice di essere in crisi ma non lo è) e obbligatorio quando il licenziamento presenta vizi di forma (es. comunicato a voce e non per iscritto); per i casi di motivazioni disciplinari, se passa il sì il reintegro sarà possibile anche quando il fatto sussiste ma non è grave ed è quindi punibile dal datore di lavoro con altre sanzioni come multa e sospensione per un tot. di giorni.

L’indennità è stabilita dal giudice, ad oggi tra un minimo di 6 e un massimo di 36 mensilità e se passa il sì da un minimo di 12 a un massimo di 24 mensilità.

PRO:

Si chiede di ampliare la possibilità di reintegro nel posto di lavoro per i/le dipendenti in imprese con più di 15 dipendenti, ripristinando quanto previsto in precedenza dall’art 18 (come modificato dalla legge Fornero) dello Statuto dei lavoratori, come raccomandato dalla Corte costituzionale e da molte sentenze della Corte di Cassazione. In questo modo, si amplia la reintegrazione a più casi di licenziamento illegittimo, senza discriminazioni: attualmente i casi sono oltre 3 milioni e 500 mila. 

Se passasse il sì, non solo queste persone, e quelle che subiranno licenziamenti illegittimi nei prossimi anni, non saranno più penalizzate da una legge che impedisce in molti casi il reintegro dopo un licenziamento ingiusto e infondato, ma anche le aziende sarebbero più stimolate ad evitare di mettere in atto questi comportamenti ingiusti e svantaggiosi nei confronti delle/dei dipendenti ed a migliorare il clima lavorativo. É vero che il numero massimo di mensilità di indennità scenderebbe da 36 a 24, ma l’obiettivo è quello di riabilitare la dignità – professionale ed anche personale – di lavoratrici e lavoratori, permettendo loro di tornare a lavorare, ed evitando che queste e questi rimangano escluse/i dal mercato del lavoro. Inoltre, il numero minimo aumenterebbe da 6 a 12. Infine,  in una società democratica, è giusto stimolare i benefici per il maggior numero di persone possibili, piuttosto che privilegiare alcune ed escluderne altre.

CONTRO:

Una donna che va in maternità e viene licenziata e un uomo che viene lasciato a casa da un’azienda che dice di essere in crisi economica ma non lo è davvero hanno diritto a ricevere fino a 36 mensilità dall’azienda come indennità ma solo la prima dei due dovrà anche essere reintegrata in azienda. Se passasse il sì, il massimo di mensilità scenderebbe a 24 mesi, ma anche l’uomo di cui parlavamo dovrebbe essere reintegrato. Così facendo, più dipendenti licenziate/i illegittimamente avrebbero diritto al reintegro in luogo di lavoro dove non sono desiderate/i ma tutte le dipendenti e tutti i dipendenti potrebbero ricevere un’indennità minore. Allo stato attuale, ricevendo un’annualità in più potrebbero far fronte in maniera più semplice alle spese legali necessarie per sostenere il procedimento per dimostrare l’illegittimità del licenziamento davanti al giudice e avere più serenità nel rimanere a casa per qualche tempo mentre cercano un nuovo luogo di lavoro dove essere ben volute/i e valorizzate/i.

Inoltre, se per le aziende ci sarebbe un’espansione dei casi di reintegro, la stessa cosa non vale per associazioni, partiti e sindacati. Questi ambienti sono regolati da una legislazione diversa, che ad oggi prevede il reintegro per chi venisse licenziato illegittimamente ma che non lo prevederebbe più se passasse il sì.

2° quesito: 

Il diritto all’indennità prevede un tetto di 6 mensilità (sale a 10 mensilità con dieci anni di anzianità e a 14 con vent’anni di anzianità) che verrà rimosso nel caso passasse il sì, lasciando discrezione al giudice di decidere caso per caso.

PRO:

L’obiettivo è di aumentare le mensilità di risarcimento, rimuovendo il tetto massimo in caso di licenziamento illegittimo per le lavoratrici ed i lavoratori delle piccole imprese, che attualmente sono 3 milioni e 700 mila nel nostro paese. Ciò significa tutelare le lavoratrici ed i lavoratori, calcolando l’indennizzo in base ai loro carichi familiari ed alla loro età, ma non significa ignorare le istanze delle piccole imprese, in quanto la proposta è quella di considerare anche la base della capacità economica dell’azienda, permettendo così di evitare oneri insostenibili per le imprese più fragili, ma mantenendo la tutela per le lavoratrici ed i lavoratori di tutte le imprese. 

Se passasse il sì, il rapporto di lavoro sarebbe più sereno per tutte/i: ad esempio, sapere che un licenziamento illegittimo comporterebbe un indennizzo proporzionato dissuaderebbe la/il datore/datrice di lavoro da comportamenti arbitrari ed abusanti (straordinari non pagati, mansioni non previste) nei confronti dei dipendenti. Inoltre, se le lavoratrici e i lavoratori sentono di avere tutele reali, sono meno soggetti al timore di perdere il proprio lavoro e possono viverlo con maggiore serenità.

CONTRO:

Quante mensilità deve ricevere chi viene licenziato illegittimamente in una piccola azienda (meno di 16 dipendenti) è una questione molto delicata: da un lato bisogna tutelare le e i dipendenti, dall’altra le piccole imprenditrici e i piccoli imprenditori che se dovessero trovarsi davanti a cifre troppo alte da risarcire all’inizio del loro percorso imprenditoriale rischierebbero di andare in crisi e non riuscire a far fronte alla spesa senza compromettere la stabilità dell’azienda. Questo avrebbe effetto anche sulle altre lavoratrici e sugli altri lavoratori dell’azienda stessa, che rischierebbero di trovarsi senza lavoro se l’azienda dovesse trovarsi in ristrettezze o fallire.

Forse i limiti di mensilità attuali sono troppo bassi, ma vogliamo davvero restare senza un limite stabilito per legge e lasciare al singolo giudice libertà totale di decidere quanto deve ricevere una parte e quanto l’altra dev’essere costretta a perdere, su questo filo sottile sospeso tra le vite di molte persone?


3° quesito:

Un datore di lavoro in italia può tenere un dipendente a tempo determinato per un massimo di due anni. Dopo lo scadere del primo anno deve scrivere sul contratto la motivazione della scelta di tenere il determinato, mentre il primo anno non è necessario. Se passa il sì, diventa necessario.

PRO:

Dover motivare i contratti a tempo determinato più brevi di 12 mesi porterebbe le aziende a fare più attenzione nella loro stipulazione e a prendere  piú spesso in considerazione contratti che garantiscano maggiore stabilità della lavoratrice e del lavoratore. 

Il lavoro precario è un problema grave nel nostro paese, che colpisce soprattutto le/i giovani, alle/ai quali viene proposto un contratto a termine anche senza ragioni oggettive e non garantisce loro la certezza se, allo scadere del contratto, avranno ancora un rapporto di lavoro oppure dovranno cercarne un altro: attualmente, si trovano in questa situazione circa 2 milioni e 300 mila persone. L’obbligo di causali per il ricorso ai contratti a tempo determinato riduce la predisposizione delle aziende a proporre questi contratti ove non ce ne sia necessità e spinge verso una maggiore stabilità lavorativa, che favorirebbe la situazione economica e psicologica delle persone.

CONTRO:

Di fatto, mettendo l’obbligo di motivare la scelta del contratto a tempo determinato non si riduce la possibilità di stipulare quella tipologia di contratto. L’azienda potrebbe continuare a farlo e semplicemente scrivere sul contratto una motivazione, come deve già fare per i contratti al secondo anno di tempo determinato. Dunque: un passaggio in più da fare, ma potenzialmente nessuna riduzione del lavoro precario. Uno degli effetti che potrebbe scatenare questa operazione è dare materiale agli avvocati del lavoro, che potrebbero contestare non il tempo determinato stesso ma possibili errori nell’indicazione della motivazione, facendo crescere il numero di diatribe legali, ancora senza effetti certi sulla precarietà.

4° quesito:

Ad oggi un’azienda che appalta o subappalta un lavoro a un’altra azienda non ha responsabilità sui rischi che riguardano la professionalità specifica della seconda azienda, se adempie una serie di obblighi (verifica dell’idoneità, cooperazione e coordinazione per individuare i rischi legati alla sicurezza, controllo sullo svolgimento dell’attività). Essa ha invece responsabilità qualora non rispetti tali doveri. La regolamentazione differisce per appalti pubblici (dove gli obblighi sono più stringenti) e appalti privati (dove lo sono meno.)

PRO:

La situazione dell’in-sicurezza sul lavoro è una vera emergenza nel nostro paese: nel 2024, le morti sul lavoro hanno superato la quota 1000, registrando vittime anche tra i giovanissimi, e le denunce di infortunio sono arrivate a 500 mila. 

La proposta è quella di modificare le norme che possono esentare l’azienda appaltante in caso di infortunio sul lavoro derivante da rischi specifici dell’attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici. Riconoscere la responsabilità solidale di committente, appaltatore e subappaltatore significa responsabilizzare maggiormente tutti gli enti coinvolti e dunque garantire maggiore sicurezza sul lavoro. 

Se passasse il sì, si spingerebbe ad una maggiore attenzione da parte dell’impresa appaltante nella selezione dell’appaltatore: l’impresa sarà incentivata a scegliere imprese qualificate, affidabili e con standard di sicurezza adeguati, viceversa, se deresponsabilizzata,  rischia di far cadere la scelta sull’appaltatore più conveniente dal punto di vista economico, a scapito della sicurezza dei lavoratori. Ciò è dimostrato dal fatto che nei paesi paesi in cui vige una responsabilità solidale più estesa, gli incidenti sul lavoro sono diminuiti nel tempo.

Infine, i vantaggi concreti nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno subito infortunio, o delle loro famiglie in caso di morte sul lavoro, riuscirebbero ad ottenere i risarcimenti con più facilità se la responsabilità fosse solidale, mentre ora devono spesso affrontare cause lunghe e incerte, perché le imprese appaltatrici falliscono o risultano poco solvibili.

CONTRO:

Quali sarebbero gli effetti di questa eventuale abrogazione è una questione delicata che  divide anche gli esperti nel settore legale, perciò la domanda sorge spontanea: perché far decidere a noi cittadini?

Al momento se l’azienda che appalta o sub-appalta non segue un iter preciso di verifiche, controlli e impegni per la prevenzione, essa è già corresponsabile e questo è certificato da diverse sentenze della cassazione. Nei casi in cui l’azienda appaltante abbia fatto (e l’abbia fatto bene) tutto ciò che è in suo potere per evitare ogni incidente, perché nel malaugurato caso dovesse succedere qualcosa che non è di sua competenza essa deve essere ritenuta corresponsabile? Spesso il committente di un’operazione non ha la minima esperienza in quell’operazione e la sua scelta di sub-appaltare non è furbizia ma necessità. L’articolo su cui si vota si riferisce ai rischi specifici, cioè proprio a quelli che riguardano l’attività di specifica competenza dell’azienda che opererà l’attività. Poniamo il caso di una società che si occupa della vendita di pesce che affidi a un’azienda edile il compito di ristrutturare un punto vendita. Ad oggi la società che si occupa di vendita di pesce se adempie ogni dovere di prevenzione correttamente non sarebbe corresponsabile nel caso dovesse avvenire un incidente durante le operazioni di ristrutturazione, poiché si tratta di un rischio specifico dell’attività edile, della quale la società che vende pesce non è edotta. Dovrebbe forse essere imputata una corresponsabilità alla società che vende pesce per un infortunio (che pure essa aveva fatto di tutto per prevenire) occorso durante un’attività edile?


5° quesito:

I cittadini extracomunitari oggi possono richiedere la cittadinanza dopo dieci anni di residenza continuativa sul suolo italiano. I requisiti da rispettare sono la conoscenza della lingua italiana al livello b1, un reddito stabile di almeno 8263€ annui (si alza se la persona ha coniuge o figli a carico) nei tre anni precedenti la richiesta e nel periodo di valutazione della richiesta e non aver ricevuto condanne penali gravi o rappresentare un pericolo per il paese (il grado di gravità di eventuali reati commessi e la pericolosità sociale vengono valutati caso per caso). Dopo aver richiesto la cittadinanza, il periodo di valutazione e approvazione della richiesta non può superare per legge i 3 anni. Tuttavia, i tempi effettivi possono estendersi fino a 4 anni. Se passa il sì, il tempo di residenza continuativa necessario prima di procedere con la richiesta passa da 10 a 5 anni.

PRO:

Ridurre da 10 a 5 gli anni di residenza legale in Italia richiesti per fare domanda di cittadinanza italiana rappresenta una svolta non solo per 2 milioni e 500 mila persone che nascono, crescono, abitano, studiano, lavorano e pagano le tasse, ma anche per tutta l’Italia, che si allineerebbe così ai maggiori Paesi europei, in cui la cittadinanza si acquisisce in modo automatico per nascita, senza che sia necessario fare richiesta per la concessione. Proprio per questo, sono falsi gli argomenti che sostengono che in Italia si concedono più cittadinanze di tutto il resto d’Europa: l’Italia è al quinto posto (in rapporto al numero di abitanti), ed il numero di cittadinanza concesse è più alto di altri Paesi proprio perché negli altri Paesi non c’è il meccanismo della richiesta di concessione e dunque, venendo le cittadinanze acquisite per nascita, non risultano come concesse. Altri Paesi hanno già compreso come promuovere diritti, tutele e opportunità sia una risorsa per l’intero Paese. Viceversa, mantenere queste persone in uno stato di marginalità, privandole dei diritti che conseguono alla cittadinanza, è svantaggioso per tutti.  

Le persone straniere contribuiscono ogni anno per 164 miliardi di euro al PIL, pari all’8,8% dell’economia nazionale e versano più tasse di quante ricevono, perché il saldo tra contributi e servizi è positivo. Due milioni e mezzo di persone sul suolo italiano sono una risorsa, sono persone che fanno spesso lavori più duri, sottopagati e pericolosi e che verrebbero maggiormente tutelate garantendo loro la cittadinanza: evitare che il loro permesso di soggiorno dipenda da un contratto di lavoro significa evitare che queste persone siano costrette ad accettare anche contratti sfavorevoli, che spesso prevedono una parte di lavoro in nero, le cui conseguenze ricadono su tutte le cittadini e su tutti i cittadini. Inoltre, ridurre la ricattabilità dei lavoratori stranieri significa contrastare una spinta al ribasso nei salari che riguarda tutti.

La proposta di ridurre gli anni di cittadinanza mantiene invariati tutti gli altri requisiti per la concessione della cittadinanza. Le persone che la richiedono sono persone che studiano nelle scuole e nelle università italiane, persone che pagano regolarmente le tasse italiane: garantire loro maggiore integrazione significa garantire che continuino ad alimentare lo studio, la cultura, la ricchezza e la crescita per l’Italia. Al contrario, mantenerle in uno stato di emarginazione è pericoloso per tutte e tutti. Infine, ciò non ha nulla a che fare con il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, proprio perché il referendum riguarda soltanto chi è già regolarmente residente in Italia, non ha precedenti penali (gravi) e paga le tasse qui.

CONTRO:

Molte delle persone che sostengono il sì evidenziano il problema dei tempi d’attesa successivi alla richiesta della cittadinanza, che possono protrarsi fino a 3 o 4 anni e che portano il tempo necessario a vedersi riconosciuta la cittadinanza fino a 13 o 14 anni invece che 10. Questa stessa posizione indica come, anche passasse il sì, gli anni necessari rimarrebbero più di 5 e potrebbero arrivare a 8 o 9. Attenzione: semmai passasse il sì moltissime persone, in Italia da più di 5 e meno di dieci anni, potrebbero all’improvviso fare domanda e i tempi d’attesa si potrebbero allungare ancora di più. La domanda sorge spontanea: se davvero l’obiettivo è arrivare a un tempo totale di quasi 10 anni, non sarebbe forse opportuno impegnarci affinché le istituzioni riducano i tempi d’attesa, cosa su cui possiamo trovarci d’accordo, invece che dividerci sulla questione dei tempi di residenza? Permettere ad esempio di avviare già durante il nono o decimo anno il processo di analisi e snellirlo, così da dare la possibilità ai cittadini/e extracomunitari(e) di ricevere la cittadinanza il giorno stesso in cui compiono dieci anni di residenza?

Un altro punto però è importante, ancor di più del precedente: e se gli anni di residenza non fossero il problema? Essi sono solo uno dei requisiti, gli altri sono la conoscenza della lingua (livello b1), un reddito stabile (di almeno 8.263€) e l’assenza di reati penali gravi (la gravità viene valutata caso per caso).

Il 63.2% dei diplomati in Italia aveva almeno un livello di inglese b2, eppure questo non significa che la maggior parte di noi saprebbe sostenere alla grande una conversazione con dei madrelingua. Come possiamo allora allo stesso tempo dire che il livello b1 (più basso) sia un buon livello di italiano, sufficiente a ricevere la cittadinanza? Secondo il quadro comune europeo, questo livello consente di “capire gli elementi principali in un discorso chiaro in lingua standard su argomenti familiari, affrontati frequentemente”, e “affrontare molte delle situazioni che si possono presentare viaggiando in una zona dove si parla la lingua”. Una persona può dirsi integrata a fondo in una società conoscendo la lingua solo al livello b1?

Allo stesso modo si possono interrogare gli altri requisiti: un reddito di 8.263€ annui è sufficiente per parlare di stabilità? Ci dovremmo accontentare dell’assenza di reati penali gravi oppure invece dovremmo dire che ogni reato è un atto grave e dare la cittadinanza solo a chi non ha commesso reati o ne ha commessi di meno gravi in passato ma mostra di essere cambiata/o?

Se un(a) cittadino/a extracomunitario/a venisse in Italia e imparasse bene l’italiano, avesse un reddito che offra una vera stabilità e non avesse commesso alcun reato, perché non dargli la cittadinanza dopo 5, o anche 4 anni? Sarebbe sbagliato farla/o aspettare un giorno di più. Ma allo stato attuale, purtroppo, le cose non stanno così. E siamo qui a interrogarci su un singolo requisito, quando sono gli altri a offrire dubbi e timori.