Tra Specificità Disciplinare ed Olismo Interdisciplinare
A cura di Anna Garbo
Viviamo in una realtà complessa in cui convivono moltissimi aspetti, o, per meglio dire, molti quesiti che ci poniamo richiedono di essere analizzati da diversi punti di vista per essere compresi appieno. In un mondo interconnesso e in continua evoluzione, la ricerca di risposte univoche risulta spesso insufficiente: ogni fenomeno, ogni problema, porta con sé una molteplicità di implicazioni che toccano sfere differenti — sociali, culturali, scientifiche, emotive.
Per questo motivo, è diventato fondamentale adottare un approccio interdisciplinare, capace di integrare saperi e prospettive differenti, senza cadere nella trappola della semplificazione eccessiva. Solo accettando la complessità come parte integrante della nostra esperienza possiamo sviluppare strumenti critici più efficaci e maturare una comprensione più profonda del mondo che ci circonda.
Tuttavia, questo è possibile nell’ambito di una conoscenza sempre più specifica nelle singole discipline? Nel sistema odierno ogni disciplina compie un viaggio autonomo e indipendente che permette un approfondimento sempre crescente. Questo però implica un lavoro più gravoso per l’individuo che si approccia allo studio e alla comprensione di tale disciplina; dunque, diventare esperti di più discipline diventa difficile in una società che richiede prestazioni importanti. È davvero necessario fare questo tipo di richiesta per avere una reale comprensione di un determinato sistema?
Guardiamo anche alle diverse proposte del sistema scolastico: il sistema anglosassone prevede una specializzazione sin dal primo approccio, generando studenti esperti in alcuni ambiti e completamente ignari di altri; il sistema continentale prevede la presentazione di uno spettro variegato di discipline allo scopo di dare una cultura solida e trasversale. Siamo abituati a pensare che il metodo continentale porti ad una capacità critica più profonda, ma si può dire anche questo sistema porta ad un maggior disorientamento e alla possibilità di perdersi nella complessità delle cose, mentre fare un’osservazione più mirata di un singolo aspetto potrebbe essere un contributo più costruttivo.
Partendo dal presupposto di mantenere l’umiltà di ammettere di non poter essere tuttologi, è sempre necessario avere una visione a tutto tondo del problema o qualche volta è meglio concentrarsi sul singolo aspetto per dare un contributo più approfondito?
A voi la parola.