Fallacia etimologica: comprendere come rapportarsi correttamente con l'origine delle parole

A cura di Giorgio Cassiani

“Io non li chiamo gay, io parlo in italiano e quindi li chiamo froci, ricchioni…”, “Cari omosessuali, non siete normali […] normale non ha un’accezione, né positiva né negativa, ha solamente un valore statistico.”, “… la famiglia, fondata sull’unione stabile fra uomo e donna, società piccola ma vera, e anteriore ad ogni civile società”.

Quanto spesso ci siamo scontrati con ragionamenti del genere? Ma per nostra fortuna questo errore ha un nome: fallacia etimologica.

L’analisi di alcuni dei molti autori che nella storia della filosofia si sono occupati dello studio del linguaggio, ci viene in aiuto. Figure come quelle di S. Kripke, G. Frege, H. Putnam, P. Grice e pure M. Heidegger sono state quelle che ho scelto come supporto per presentare il perché far derivare il significato linguistico da un suo uso passato o dalla sua etimologia, sia un pensiero fallace.

Kripke e G. Frege in un lavoro sinergico ci forniscono la distinzione fra senso e denotazione, la definizione di designatore rigido e assieme alla teoria causalista, riescono a dimostrarci che i termini subiscono un’evoluzione di significato che non può essere ignorata.

Putnam invece attraverso l’esperimento mentale di Terra Gemella, riesce ad introdurre le teorie dell’esternalismo semantico e della divisione del lavoro linguistico, facendoci quindi concludere che dimenticare di prendere in considerazione la natura sociale del linguaggio, significa anche dimenticarsi uno dei suoi aspetti essenziali.

Dopodiché P. Grice con la teoria delle implicature e quella delle massime conversazionali, ci fa riflettere su come il significato di un termine sia ben più dipendente dal suo uso corrente che dalla propria etimologia.

Infine, M. Heidegger ci fornisce una complessa e sicuramente ricca argomentazione di come, per quanto sia auspicabile ritrovare il contatto con l’essere e col linguaggio che avevano i greci, questo non significhi che si debba “ritornare ai greci” come se avessero una forza prescrittiva valida anche per il nostro tempo.

Senza troppa fatica si trovano esempi di attualità, come quelli sopra citati di Vittorio Feltri, Roberto Vannacci e di papa Leone XIV, nei quali si pretende di dare una forza coercitiva a concetti passati, che quindi dovrebbero passare automaticamente per validi davanti alla lente della ragione.

Per quanto le opinioni di tutti questi filosofi siano state contestate e rimangano tutt’ora contestabili, ci forniscono una prima, importante chiave per poter leggere con occhiali nuovi i ragionamenti che ci vengono proposti, e ci si augura, anche di smascherare qualche fallacia che si annida fra essi.