Finale del V torneo interuniversitario di dibattito: vince Udine!
A cura di Damiano Martin
Una finale degna del suo epilogo, il cui protagonista è stato un topico difficile e complesso da sviscerare per tematiche, risvolti esistenziali e, soprattutto, diversità di pensiero in merito. Partiamo dal riconoscimento post-epilogo tra le due squadre finaliste del dibattito, i dibattenti di Firenze da un lato, e di Udine dall’altro, dove hanno ribadito più volte quanto si siano trovati in difficoltà nel rappresentare una parte, quando personalmente si riconoscevano nell’altra. Ma anche questo è dibattito. “Pathei mathos: soffrendo si impara?” ha segnato la finale del V torneo interuniversitario di dibattito. Una finale avvincente, che ha visto trionfare la squadra di Udine, la quale rappresentava la posizione “contro” del tema.
Ospite della finale, il divulgatore filosofico e youtuber Riccardo Dal Ferro, in arte Rick Du Fer, il quale è intervenuto a inizio, metà e in conclusione alla finale, per ricordare soprattutto quanto sia importante dibattere e dialogare. L’argomentare, secondo Rick Du Fer, è paragonabile alla fotosintesi delle piante, però in ambito umano: un processo in cui l’individuo è attraversato da forze, prova del dolore, ma scopre il proprio carattere e la propria forza. L’uomo come pianta, e il pensiero come una strip-tease: nel suo secondo intervento, Rick ha sottolineato come l’opinione, e le idee, si debbano spogliare della loro importanza e delle proprie difese, farsi mettere alla prova, imparare cosa sia la critica. È, in generale, una questione di processi, di modalità, di atteggiamento verso il mondo: e per questo abbiamo bisogno di condividere e di raccontare.
Non poteva non officiare alla finale il professor Adelino Cattani, fondatore della Palestra di Botta e risposta e ideatore del protocollo patavina libertas, con il quale le squadre di dibattito si affrontano: “Quel che tutti noi abbiamo è un piccolo sogno: che gli scambi siano più argomentati e regolamentati, che rispettino alcune regole minimali, dialogici o polemici che siano. Il dialogo è come un test, un collaudo delle idee, nei loro punti di forza e nelle debolezze, nella sostenibilità delle idee stesse”. E ancora: “Abbiamo il diritto di discutere, e dobbiamo ritrovarne il piacere”. Quest’ultima frase ha lanciato la presentazione del libro Il piacere di discutere, a cura di Bruno Mastroianni, pensato per ritrovare appunto la voglia nella disputa felice (Dino Audino editore).
E infine – ma non infine – la gara. Gara che si è aperta secondo protocollo con la presentazione dei giudici e la lettura, da parte di entrambe le fazioni, del Giuramento del disputator cortese, per poi entrare nel vivo. Ha iniziato Firenze, squadra pro, richiamando nel proprio prologo il mondo antico e mettendo i “ferri – delle proprie due argomentazioni – in acqua”, dal punto di vista filosofico e psicologico, riferendosi a un dolore che trasforma. Ha risposta poi il prologo di Udine, conclamando la sfida al luogo comune e al mito della sofferenza come magistra vitae, decostruendo la narrazione e dimostrando che la sofferenza è solo sofferenza.
Il 1° argomento di Firenze si è concentrato sulla sofferenza come fatto ineludibile dalla vita, in cui l’essere umano è obbligato a ricavarne qualcosa, e quindi un apprendimento e una crescita, secondo i pensieri di Freud, Heidegger e Massimo Recalcati. Nel dialogo socratico, Udine ha posto le seguenti domande: Puoi spiegarci meglio la sofferenza come maestra silenziosa? Come fa, se è maestra silenziosa, a insegnare qualcosa? Si può imparare anche in maniera inconscia? Quindi, se impariamo inconsciamente, questa vita la stiamo vivendo? Per imparare, basta che ci sia il segno? Automaticamente impariamo qualcosa? E se non siamo consci? Dove ci porta il segno e come ci si libera da questo? Quindi la sofferenza, da sola, non basta?
È seguita poi la prima argomentazione della squadra friulana, incentrata sulla parte attiva dell’apprendimento, sul fatto che il pathei mathos non sia un concetto universale, ma richieda qualcosa in più: un’azione consapevole, a fronte della sofferenza come trauma e come blocco. Le domande socratiche poste poi dai fiorentini sono state: puoi spiegare come ricollegate la pena alla sofferenza? Le persone che sono in carcere sono lì per quale motivo? Chiusi nella cella riflettono sui loro errori? Hai parlato della scuola: cosa pensi della vita quotidiana? Se un genitore sgrida, come reagisce il bambino? Se la mamma aggredisce, il bambino patisce oppure no? Quando tornerà a scuola, e viene bullizzato, rifletterà su questo o no? Come funziona la plasticità semantica? Sai che il cervello registra ogni stimolo? Se registra tutto, la plasticità è data da tutto o solo dalla consapevolezza?
Le successive due argomentazioni, con annessi dialogo socratici, si sono mosse secondo i panorami filosofico esistenziali, per Firenze, e filosofico-pedagogici per Udine, nello sviluppo di un sapere critico che vada oltre il dolore. Nella seconda parte della finale – dopo una pausa di venti minuti in cui le due squadre hanno preparato replica, difesa ed epilogo del dibattito – Firenze e Udine hanno barricato le proprie idee, ponendo l’accento sulla storicità di una sofferenza “storica” che non ha portato a un apprendimento (come le guerre, per esempio) e sulla distinzione tra le parole soffrire, rimanere segnati, trasformazione, apprendimento.
E infine (questa volta per davvero): gli epiloghi. Nella finale della squadra pro, Firenze ha ribadito come la sofferenza sia inevitabile e umana. Imparare dalla sofferenza significa scoprire la verità, del sé e del mondo. Secondo Udine invece, l’obiezione dimostra come la sofferenza, da sola, non basti: le scienze umane e sociali sono lì a dimostrarcelo. Serve una parte attiva per far fronte a un dolore che, in fondo, non è un’esperienza educativa, ma solo un’esperienza umana. Su queste battute, e dopo il riconoscimento reciproco, si è espressa la giuria: una giuria che non ha risparmiato appunti e critiche – com’è giusto che sia – invitando le squadre, in futuro, a mantenere la fluidità delle argomentazioni, l’accettare le posizioni altrui per poter controbattere, e l’accertarsi di ascoltare domande e risposte, per mantenere il dibattito all’interno dei suoi confini e dei suoi argomenti. E come già anticipato in apertura: vince la squadra di Udine, e la posizione “contro”. Ma soprattutto, vince il dialogo, e la certezza che tra i partecipanti – sfidanti e pubblico – si sia alimentato il pensiero e la critica su uno dei temi fondamentali per l’essere umano: la sofferenza talvolta serve, talvolta no. Sta al nostro essere capire, e imparare.