Improvvisare e dibattere: l’arte teatrale incontra la retorica
A cura di Damiano Martin
Organizzare un dibattito tra due squadre significa preparare e studiare quanto si andrà a discutere: avere padronanza del tema, raccogliere definizioni attendibili e comprovate, riportare dati a supporti dei propri argomenti e vagliare le diverse prospettive che giocano a favore della propria posizione. Non solo: un accurato brainstorming sulla posizione dell’altra squadra – vero punto centrale, poiché permette di analizzare lo stesso problema dal punto di vista opposto – serve a prevenire opposizioni e mozioni contrarie, per poter portare a casa la vittoria.
Per quanto ci si possa preparare, però, tutto questo può non risultare sufficiente; anzi, spesso l’imprevisto è dietro l’angolo. Un dettaglio tralasciato, un punto debole del proprio argomentare non visto, e il dibattito può piegarsi a sfavore nel tempo di un dialogo socratico (e anche meno). Per questo motivo può tornare utile a ogni disputante qualche nozione di improvvisazione. No, non si tratta di qualcosa di estemporaneo e del tutto originale, ma di una modalità teatrale, dove in generale gli attori e le attrici calcano un palcoscenico senza sapere quale sarà la trama della propria narrazione. Semplicemente, questi sono allenati a riconoscere le strutture narrative, a “sentire” una storia e a ricordarne i particolari, così da poter appunto “improvvisarne” i risvolti e le vicissitudini.
Sempre di arte si parla, se non altro. Come può tornare utile, dunque, il teatro di improvvisazione, ai fini della retorica, e della buona disputa tra dibattenti? La risposta è “dialetticamente” semplice – ben più difficile da applicarsi – e si può riassumere, e condensare, nei principi base dell’improvvisazione, i quali possono di certo aiutare a gestire l’imprevisto, riportando a proprio favore una situazione scomoda e favorendo un punteggio positivo da parte dei giudici. Va da sé che la base necessaria per poter sfruttare questi principi non può prescindere da una buona proprietà di linguaggio (che non si improvvisa, si allena) e da una particolare attenzione di quanto viene detto durante il dibattito stesso, parola per parola, così da lasciare il meno possibile al caso.
E proprio dalla nozione di “ascolto dellə altrə” abbiamo il primo aiuto nella conduzione di un dibattito. Nell’improvvisazione teatrale, è essenziale che ogni attrice e attore presti un ascolto attento a quanto viene detto sul palco: nomi dei personaggi, dettagli, affermazioni che investono di qualità e peculiarità altri attori, come viene “installato” uno spazio – nell’improvvisazione non esiste scenografia; (quasi) tutto è suggerito dalla fantasia e dalla manualità dei recitantə. Ogni figurante si prende cura di quanto dicono lə altrə: per questo motivo, in un dibattito, conta tanto quel che si dice, quanto quel che viene proferito da compagnə e avversarə.
A questa prima peculiarità, è strettamente correlata – più delle altre – la seconda: ogni cosa detta, soprattutto in prima istanza, è reale. Durante una scena improvvisata, solitamente chi parla è chi detiene il comando della storia (e non è necessariamente il protagonista, o il personaggiə “forte”); questo perché è colei o colui che ha la prima chance di affermare qualcosa che, per il pubblico, è già la prima realtà, la prima verità a cui appellarsi. Un esempio banale: se, in una scena, attribuisco a una collega il nome “Francesca”, quello sarà sempre il suo, e nel caso qualcuno lo dimenticasse, chiamando la stessa attrice “Anna”, il pubblico probabilmente si accorgerà della discrepanza.
Coerenza, quindi, e la consapevolezza che, durante un dibattito, quanto affermato è la prima verità che si pone innanzi a un auditorio. Una verità non inscalfibile, ma comunque la prima a impattare; va da sé che, con le dovute argomentazioni e controargomentazioni, anche questa può essere confutata. Anzi, può risultare estremamente fragile. Per questo è bene curare le proprie affermazioni, quanto nell’ascoltare gli argomenti della squadra avversaria. E a tal proposito, è bene porre l’accento sul terzo assunto ricavabile dal teatro di improvvisazione: il concetto di “Sì, e…”.
Questa regola dell’improvvisazione si basa sulla valorizzazione della proposta altrui. Ai neofiti della disciplina, si insegna ad accettare le proposte di altrə, e di risaltarle aggiungendo, o enfatizzando, la proposta stessa. “Andiamo a mangiare un gelato?”, “Sì! Ne prendiamo uno ciascuno con tre palline, e poi sfruttiamo il picco glicemico per giocare freneticamente a nascondino, al parco!” è un modo (banale) per supportare la prima domanda. Ogni “No” è un rifiuto, e una storia in potenza che muore. Nel dibattito, è bene sia tra compagni di squadra che tra avversari utilizzare questa “funzione”: nel primo caso, per supportare quanto argomentato; nel secondo, per accettare argomenti avversari ritenuti comunque validi, e partendo da questi, cercare un’evoluzione circolare che possa comunque confutarli. Mai negare: piuttosto, se non si è in grado di ribaltare un argomento, accettare l’obiezione, per poter poi contrattaccare con un altro argomento ritenuto più forte, o altrettanto valido.
Non si tratta di un errore, questo. È altresì incoraggiato, nell’improvvisazione, proprio l’errore. Questo perché ogni sbaglio, ogni mossa ritenuta fallace, è al tempo stesso una possibilità per la nascita di qualcosa di originale, o di un pretesto per far muovere la storia. Al tempo stesso, accettare un errore significa sapere come gestirlo, e risolverlo. Così, nel dibattito, piuttosto che cercare la perfezione, è meglio imparare a gestire un errore, un’argomentazione sbagliata, una falla nel proprio sistema argomentativo. Accettando l’errore, e probabilmente scoprendo il fianco agli avversari, è possibile trovare nel medesimo errore la strada per poter successivamente ribaltare lo stato del dibattito. D’altro canto, incaponirsi su una cieca posizione che non ammette sbagli, non fa altro che continuare a rendere la propria squadra più vulnerabile, consegnando la vittoria della disputa alla controparte.
Ciò che deve essere chiaro, attraverso questa esposizione superficiale e preliminare del connubio tra improvvisazione e dibattito, è l’integrazione tra una modalità – quella improvvisativa – e lo studio della materia di cui si andrà a discutere in sede di disputa retorica. L’una non esclude l’altra, anzi. Il sinolo tra forma e sostanza è indissolubile, per ottenere un risultato soddisfacente. Se non per la vittoria, almeno per una bella disputa tra due squadre sfidanti, che non guardi tanto al risultato, quanto all’accrescimento della conoscenza di topico. D’altronde, sempre di arte si parla, e di pratica: tanto teatrale, quanto disputante.